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Le forme di Proteo. Antichi e nuovi topoi nella poesia del '900

L'interrogativo che anima la ricerca ha due facce, due prospettive che si incrociano.

La prima parte dal ’700 e guarda fino ad oggi chiedendosi che cosa ne sia dei topoi di cui parla Curtius in “Letteratura europea e Medioevo latino” dopo la svolta storica rappresentata dalla Querelle e dal tramonto del regime letterario della Imitatio.

La seconda, all’inverso, guarda da oggi al ’700 chiedendosi se in questi ultimi tre secoli si siano costituiti e si possano individuare dei nuovi topoi che non esistevano nel repertorio della tradizione e che si siano  di fatto sedimentati nei testi letterari anche contro i dettami delle poetiche moderne e della consapevolezza degli autori.

In altre parole, siamo sicuri che le poetiche romantiche abbiano spazzato via ogni forma di imitatio e quindi di topiche, o non è forse che queste forme continuano a percorrere il linguaggio della poesia moderna magari trasformate e dissimulate sotto spoglie mutate?

E, d'altro canto, non sono nate negli ultimi tre secoli delle “nuove figure” che sono lentamente diventate delle costanti riconoscibili e nel ripresentarsi nelle diverse lingue della poesia europea hanno disegnato e consolidato delle nuove topiche?

Per topoi (ovvero il repertorio di costanti tematiche e formali che costituiscono l’ossatura morfologica della tradizione letteraria occidentale) Curtius intende nel suo grande libro cose diverse fra loro, ed è questa una prima questione problematica: formule (come l’invocazione alla Musa, l’appello al lettore), immagini stereotipe (il mondo alla rovescia, il locus amoenus), metafore ricorrenti (il mondo come libro o come teatro, la scrittura come navigazione).

topoi nascono dalla forza di esemplarità che spinge i poeti a imitare ed emulare un numero circoscritto di testi letterari autorevoli perché consacrati dalla Tradizione: la Bibbia e i Classici in particolare, ma non solo. Esemplare il fenomeno europeo del petrarchismo. Tutto questo è più o meno pacificamente accettato finché la Querelle non comincia a discuterne le certezze e il sistema implode quando la svolta romantica impone il nuovo verbo della originalità e della creatività. Dalla vasta grammatica disegnata da Curtius emerge un intero sistema di pensiero e di espressione giacente al cuore della cultura europea e durato per secoli fino a che la sua centralità viene negata e poi oscurata dalle rivendicazioni romantiche sui diritti creativi del genio. In reazione alla ostilità romantica per la retorica Curtius rivendica la natura essenzialmente retorica del linguaggio; ed è in tale spirito polemico che cerca p.e. di radicare Dante, il genio solitario dei Romantici, nelle tradizioni latine della poesia di XII e XIII secolo.

O, per fare un esempio di come un topos assolutamente classico quale la ‘caducità della condizione umana’, che ha dettato a Omero, Virgilio e Dante l’immagine famosa delle foglie che cadono in autunno dagli alberi (in rigorosa sequenza imitativa), possa riemergere dissimulato dentro il poeta moderno. Si legga un testo come Soldati di Ungaretti: “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. O ancora, esempio paradossale, come Leopardi scriva la sua poesia più alta e originale, l’Infinito, raccogliendola in un gruppo di componimenti cui dà il titolo antico di “Idilli”: ma non c’è niente di meno bucolico e arcadico in questa straordinaria avventura dello spirito, in questo “viaggio mentale del ‘pensiero fingente’”! E questo è un altro risvolto interessante della nostra ricerca: come cambia il sistema dei generi, che fa emergere in primo piano la soggettività della lirica e mette ai margini vecchi codici come l’epica o la pastorale. Ad essi si sostituiscono nuovi codici? E su quali nuove costanti si fondano? Lo stile soggettivo implica una trasformazione continua delle forme retoriche e l’impossibilità di fissare delle costanti che non siano solo interne a un testo e dei repertori figurali? 

Curtius ammirava molto Eliot e con lui afferma che ogni poeta grande non scrive solo con la sua generazione nel sangue ma sentendo che tutta la letteratura occidentale, da Omero in poi, vive dentro la sua voce una esistenza simultanea.

L’uso del topos da parte di Curtius - e questa è l’accusa che più spesso gli è stata fatta - provoca lo schiacciamento della variante sulla costante, la sottomissione del testo al codice, il primato di ciò che dura su ciò che si trasforma. Nel suo libro egli pone la cesura, la svolta della modernità all'incirca alla metà del ’700, quando “cadono i topoi e subentrano i temi”.

Dopo che avviene? Questo è il problema.


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